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16:12:27 MADDALONI. C’è un tempo in cui la cronaca smette di essere semplice racconto e si trasforma in ferita viva, in domanda che inquieta, in coscienza che interpella il mondo. È il tempo che si consuma oggi a Beirut, nuovamente colpita dalle bombe, mentre il Medio Oriente torna a tremare sotto il peso di una guerra che sembra non conoscere tregua.

In questo scenario drammatico si leva con forza la voce di padre Eduardo Scognamiglio, sacerdote, teologo e docente di Teologia dogmatica presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Tra i più autorevoli studiosi italiani del dialogo interreligioso, da anni è impegnato nella costruzione di ponti tra culture e fedi, con particolare attenzione al mondo islamico. Direttore del Centro Studi Francescani per il dialogo e le culture e figura di riferimento nella diocesi di Caserta, unisce il rigore accademico a una costante presenza pastorale.

Il suo legame con il Libano non è soltanto teorico o accademico: ha studiato proprio in quella terra, respirandone la complessità culturale e religiosa, e ha dedicato una tesi al poeta Khalil Gibran, nato a Bsharri ed emigrato in America, figura simbolo del dialogo e della riforma sociale. Un rapporto profondo, quasi esistenziale, che oggi rende la sua voce ancora più autentica.

Padre Scognamiglio, cosa sta accadendo in Libano?

«Sta accadendo qualcosa che non può essere giustificato in alcun modo. Gli attacchi militari israeliani su Beirut, motivati dalla presenza di Hezbollah, colpiscono ancora una volta una popolazione già duramente provata. Quando a pagare è il popolo, siamo davanti a un fallimento dell’umanità».

Parole forti, le sue…

«Sono parole necessarie. Non possiamo rifugiarci dietro definizioni come “operazioni difensive”. Qui siamo di fronte a violenze, soprusi, abusi di guerra. Ogni vita spezzata è una ferita nella storia degli uomini e, direi, nel cuore stesso di Dio».

Lei intravede un disegno più ampio?

«Sì, purtroppo. Si allunga l’ombra di una logica imperiale, antica e mai davvero scomparsa. Il Medio Oriente rischia di diventare ancora una volta teatro di un massacro annunciato».

Responsabilità politiche?

«Non possiamo ignorarle. Queste scelte portano firme precise: quella di Donald Trump e dell’attuale governo israeliano. Decisioni che pesano come macigni sulla vita dei civili».

E l’Occidente?

«Non può restare indifferente. Il silenzio sarebbe complicità. Serve una condanna chiara, netta, senza ambiguità. La pace non è soltanto un ideale: è un dovere morale e politico».

Dietro il conflitto si nascondono interessi economici?

«È possibile. Non si tratta soltanto di petrolio. Il Libano, terra antichissima, custodisce una ricchezza preziosa: l’acqua. Le sue fonti rappresentano un bene strategico. Ma nessuna risorsa può giustificare il sangue innocente».

Padre, quale messaggio sente di lanciare?

«Che la guerra non è mai la risposta. Mai. Ogni bomba che cade su Beirut e su Gaza è una ferita inferta all’umanità intera, un grido che squarcia il cielo e interroga le coscienze. È il dolore degli innocenti che si fa preghiera, è la terra che si bagna di lacrime e sangue. E Dio, ne sono certo, non resta indifferente: raccoglie quel pianto e lo trasforma in un appello che nessuno può ignorare».

Nel fragore delle armi resta così una voce che richiama al silenzio della coscienza e alla responsabilità di ciascuno. Perché non può esserci giustizia senza misericordia, né pace senza umanità. E mentre le bombe continuano a cadere, la domanda resta sospesa, bruciante: quanto dolore sarà ancora necessario perché il mondo impari a scegliere la pace?

Carlo Scalera


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