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Roma, auto non si ferma a controllo polizia e in fuga provoca incidente: 3 morti

Roma , 01 mar. - (Adnkronos) -  Non si sono fermati a un controllo della Polizia e mentre fuggivano hanno provocato un incidente in cui sono morte tre persone. E' accaduto a Roma, in via Collatina nella zona del Quarticciolo. 

L'auto in fuga ha invaso la corsia opposta di marcia e si è scontrata con una macchina:  tre persone - padre, madre e figlio - a bordo della vettura travolta sono morte.

I tre sudamericani che erano a bordo della macchina in fuga - uno bloccato dagli agenti e gli altri due trasportati in ospedale - sono stati arrestati con l'accusa di omicidio stradale. I tre sono anche accusati di violazione degli obblighi verso funzionari, ufficiali e agenti, resistenza, porto di oggetti atti allo scasso e resistenza in vincolo di continuazione. 

Da una prima verifica all’interno della vettura in fuga sono stati  trovati jammer e cacciaviti atti allo scasso. 

Scioperi marzo 2026, treni e aerei: quando si fermano, le date

Roma, 1 mar. - (Adnkronos) - Treni, aerei e trasporto pubblico: a marzo 2026 c'è più di una data da segnare sul calendario per ricordare in quali giorni bisognerà fare i conti con gli scioperi. 

Primo scoglio da superare quello di lunedì 9 marzo, giorno dello sciopero generale nazionale  che coinvolgerà quasi tutti i settori, pubblici e privati, con disagi a cascata non solo sui trasporti, ma anche su scuola, sanità, uffici e servizi vari.

Il 18 marzo è la data nera del trasporto aereo, con lo sciopero nazionale del personale di Ita Airways e di Easyjet indetto da Usb Lavoro Privato, dalle 13 alle 17; di Alha a Milano e Varese indetto da Cub Trasporti da mezzanotte alle 23.59; di Gda Handling a Brescia indetto da Usb Lavoro privato da mezzanotte alle 23.59 e di Airport Handling e Dnata a Milano e Varese da mezzanotte alle 23.59 (Cub Trasporti).

Mezzi pubblici a rischio, invece, il 27 e 28 marzo, a causa di una serie di proteste locali che interesseranno il settore del Tpl un po' in tutta Italia. Il 27 a Milano, Monza e Brianza a incrociare le braccia saranno i lavoratori di Atm per uno sciopero di 24 ore indetto da Ai Cobas; a Napoli si ferma il personale di Eav, dalle 19.00 alle 23.00 (la protesta è stata indetta da Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl, Faisa Cisal); a Novara scioperano i lavoratori di Sun, dalle ore 17.30 alle 21.30, (Ai Cobas). Il giorno dopo, il 28, sarà la volta di Bari, con lo sciopero unitario indetto per l'intera giornata e che riguarderà i lavoratori di Amtab; stop anche a Molfetta, dalle 8.30 alle 12.30, per la protesta indetta da Fit Cisl e Uilt Uil e che interessa Mtm.

Se il 9, il 18, il 27 e il 28 marzo sono le date in cui, per rilevanza nazionale o concomitanza delle mobilitazioni, il disagio sarà più evidente e diffuso, nel resto del mese non mancheranno altri scioperi locali a complicare i rapporto tra cittadini e trasporti. 

Oggi, lunedì 2 marzo, inaugurerà il mese e la settimana lo sciopero dei lavoratori di Sasa a Bolzano, proclamato da Orsa Trasporti, Usb Lavoro Privato e Ugl, che vedrà i lavoratori fermarsi dalle ore 9.00 alle ore 12.00 e dalle 15.00 a fine servizio. 

Il 6 marzo sarà la volta di Napoli: qui, Confail Faisa ha proclamato lo sciopero di 24 ore di tutto il personale viaggiante, divisione ferro-linee vesuviane, dei dipendenti Eav, nel rispetto delle fasce orarie di garanzia.

Il 13 marzo scioperano, dalle ore 9.00 alle ore 12.00 e dalle ore 15.00 a fine servizio, i lavoratori di Arriva Udine. Il 16 marzo giornata nera del trasporto pubblico locale siciliano quando si fermeranno i lavoratori di Etna Trasporti a Catania (dalle ore 00.00 alle ore 5.59, dalle ore 9.00 alle ore 13.29 e dalle ore 16.30 alle 23.59), di Autoservizi Russo e Segesta Autilinee a Palermo e di Interbus a Enna dalle ore 00.00 alle ore 5.59, dalle ore 9.00 alle ore 13.29 e dalle ore 16.30 alle 23.59. Il 16 marzo la protesta toccherà anche l'Abruzzo con lo sciopero dell'intera giornata, nel rispetto delle fasce di garanzia, di Tua, protesta indetta da Orsa Trasporti.”

Farmaci dimagranti, nuova pillola promette un maggiore calo di peso

Milano, 26 feb. (Adnkronos Salute) - E' una nuova pillola dimagrante della famiglia dei popolari agonisti Glp-1, si chiama orforglipron e un nuovo studio clinico controllato randomizzato di fase 3, pubblicato sulla rivista 'The Lancet', dimostra che nelle persone con diabete è in grado di portare a una maggiore riduzione dei livelli di glicemia e a cali di peso significativamente maggiori rispetto all'attuale Glp-1 orale disponibile.

Il trial (Achieve-3) è il primo studio di fase 3 a confrontare direttamente orforglipron (12 o 36 mg) con semaglutide orale (7 o 14 mg), che è oggi l'unico Glp-1 orale disponibile e deve essere assunto a stomaco vuoto. Orforglipron può invece essere assunto con o senza cibo ed è attualmente in fase di valutazione negli Usa da parte della Fda (Food and Drug Administration). 

L'analisi pubblicata su 'The Lancet', si basa sui dati di oltre 1.500 persone con diabete di tipo 2 provenienti da 131 centri di ricerca e ospedali in Argentina, Cina, Giappone, Messico e Stati Uniti, randomizzate ad assumere per 1 anno o questo farmaco Glp-1 orale alternativo targato Lilly (a uno dei 2 dosaggi previsti) o semaglutide (a uno dei 2 dosaggi). I partecipanti che hanno assunto orforglipron hanno avuto, in media, un calo maggiore dei livelli di glicemia per entrambi i dosaggi rispetto a entrambi i dosaggi di semaglutide.

Quanto ai risultati sulla bilancia, i pazienti, con un peso medio iniziale di 97 kg, hanno perso in media il 6-8% del loro peso con orforglipron e il 4-5% con semaglutide. Tuttavia, viene evidenziato, il 9-10% di chi era nei gruppi trattati con orforglipron ha interrotto l'assunzione della pillola per via di eventi avversi (principalmente problemi gastrointestinali), rispetto al 4-5% dei gruppi trattati con semaglutide. 

Lo studio di fase 3 testa-a-testa, della durata di 52 settimane, ha valutato sicurezza ed efficacia di orforglipron rispetto a semaglutide orale in adulti con diabete di tipo 2 non adeguatamente controllato con metformina. I pazienti arruolati sono in tutto 1.698 in 4 gruppi di trattamento e - spiega Eli Lilly and Company in una nota in cui annuncia i risultati dettagliati di Achieve-3 - orforglipron ha dimostrato superiorità rispetto a semaglutide orale sull'endpoint primario e su tutti gli endpoint secondari chiave, con "miglioramenti significativamente maggiori di HbA1c", emoglobina glicata, "e peso". Alla luce dei dati, gli autori dello studio evidenziano dunque che orforglipron potrebbe rappresentare una nuova opzione terapeutica per le persone con diabete di tipo 2 che preferiscono la pillola all'iniezione e non desiderano restrizioni sull'assunzione di cibo e liquidi. 

Orforglipron, si legge ancora nella nota dell'azienda, ha evidenziato miglioramenti clinicamente rilevanti rispetto al basale anche su fattori chiave di rischio cardiovascolare, tra cui colesterolo non-Hdl, colesterolo Hdl, colesterolo Vldl, colesterolo totale, pressione arteriosa sistolica e trigliceridi. 

I risultati di Achieve-3, commenta Kenneth Custer, Executive Vice President e presidente di Lilly Cardiometabolic Health, "evidenziano i potenziali vantaggi di orforglipron rispetto a semaglutide orale nel diabete di tipo 2: maggiore riduzione dell'HbA1c, maggiore perdita di peso e possibilità di assunzione senza vincoli di tempo rispetto ai pasti o all'acqua. Una combinazione che può fare una differenza significativa per le persone che gestiscono la propria malattia giorno dopo giorno. Con le sottomissioni regolatorie già avviate a livello internazionale e l'azione della Fda sull'obesità prevista per il prossimo trimestre, ci stiamo concentrando per rendere questa opzione disponibile per i pazienti nel più breve tempo possibile”.

Sanremo in chiave 'green', i look dei Big diventano un messaggio culturale

Roma, 2 mar.(Adnkronos) - L'industria della moda resta uno dei settori più inquinanti al mondo, responsabile di circa il 10% delle emissioni globali di gas serra e del 20% dello spreco idrico industriale secondo i dati delle Nazioni Unite. Eppure, proprio nei contesti di massima visibilità mediatica, le scelte di stile possono trasformarsi in potenti messaggi culturali. È su questo terreno che si innesta l'iniziativa di Aceper - Associazione Consumatori e Produttori Energie Rinnovabili - che per il secondo anno consecutivo ha pubblicato una classifica dei brand di moda più sostenibili presenti al Festival di Sanremo, analizzando i look indossati dai cantanti in gara non per il loro valore estetico, ma sulla base di parametri concreti: uso di materiali a basso impatto, trasparenza della filiera produttiva, politiche ambientali e impegno sociale. Veronica Pitea, presidente di ACEPER, spiega la filosofia alla base dell'operazione: "Per noi la sostenibilità è un valore che attraversa tutti i settori, dalla transizione energetica alla responsabilità sociale, fino alla moda. Anche il palco dell'Ariston può diventare uno spazio di racconto per un cambiamento culturale più ampio". Non si tratta dunque di un esercizio di costume, ma di un tentativo di portare criteri oggettivi dentro un mondo che troppo spesso si affida a dichiarazioni di intenti prive di riscontri misurabili. 

In cima alla classifica 2026 si posiziona Louis Vuitton, indossato da Luchè, brand del gruppo Lvmh che si distingue per il programma ambientale 'Life 360', strutturato su obiettivi di tracciabilità, riduzione delle emissioni e impiego di materiali a minor impatto. Al secondo posto Emporio Armani, scelto da Levante e da altri artisti, che negli anni ha avviato un percorso di integrazione di pratiche ambientali e materiali più responsabili. Terzo gradino del podio per Golden Goose, indossato da Tredici Pietro, che con i suoi 'Forward Store' promuove riparazione, risuolatura e personalizzazione dei prodotti per estenderne il ciclo di vita, andando oltre il semplice utilizzo di materiali riciclati. "La moda a Sanremo non è solo spettacolo", sottolinea Pitea. "I look scelti dagli artisti diventano sempre più strumenti di comunicazione culturale e sociale. In un contesto in cui il pubblico è attento ai temi ambientali, le scelte sartoriali possono contribuire a promuovere filiere più trasparenti e innovazione nei materiali”.

Un principio che si riflette nelle posizioni successive della graduatoria: Jil Sander, quarto classificato e scelto da Fedez insieme a Masini, appartiene al gruppo Otb che promuove progetti sociali attraverso la Otb Foundation con politiche su energia e materiali a basso impatto. Corneliani, indossato da Colombre, utilizza prevalentemente fibre naturali e organiche da fornitori selezionati e impiega energia proveniente per la maggior parte da fonti rinnovabili. Barena Venezia, scelta da Enrico Nigiotti, concentra la produzione quasi interamente in Veneto, riducendo significativamente le emissioni legate ai trasporti.

Nella parte centrale della classifica si colloca Ami Paris, che veste Fulminacci e sta rafforzando il proprio percorso attraverso l'eliminazione progressiva di sostanze chimiche pericolose e l'incremento di materiali certificati. Vivienne Westwood, indossato da Mara Sattei, porta sul palco un marchio storicamente legato all'attivismo climatico e alla critica del consumismo. Lardini, che ha vestito Eddie Brock, pone al centro quella che definisce "sostenibilità umana", con un forte codice etico a tutela di lavoratori e territorio e una produzione di qualità pensata per durare nel tempo. Chiude la graduatoria Antonio Marras, definito il re dell'upcycling creativo, che ha realizzato un outfit artigianale su misura per Michele Bravi. L'impatto sociale dell'iniziativa va oltre la semplice curiosità da red carpet.

"Osservare il Festival anche attraverso la lente della sostenibilità significa ribadire che la transizione verso un modello più responsabile riguarda ogni settore, inclusa l'industria creativa", afferma Pitea. "Perché la sostenibilità non è una tendenza, ma un percorso che coinvolge energia, imprese, cultura e stile di vita». A rafforzare questo messaggio, Aceper ha istituito il Green Carpet Award, un riconoscimento simbolico destinato agli artisti che hanno scelto di indossare il marchio ritenuto più green secondo i criteri dell'associazione. «Premiamo non solo la musica, ma anche le scelte consapevoli di stile, capaci di promuovere una cultura della sostenibilità e di responsabilità nel mondo della moda", precisa Pitea. 

Le prospettive di mercato sembrano dare ragione a questo approccio. La crescente attenzione dei consumatori verso la sostenibilità nella moda riflette un cambiamento significativo nelle aspettative del pubblico e nelle pratiche del settore. I brand che investono in trasparenza di filiera, economia circolare e riduzione dell'impatto ambientale non rispondono soltanto a un imperativo etico, ma intercettano una domanda di mercato in espansione. Il palcoscenico di Sanremo, con i suoi milioni di telespettatori, amplifica questa dinamica trasformando ogni abito in una dichiarazione pubblica. "Ogni scelta fatta sotto i riflettori dell'Ariston ha il potere di orientare la percezione di milioni di persone", conclude Pitea. "Se un artista sceglie un brand che investe davvero nella sostenibilità, quel messaggio arriva più lontano di qualsiasi campagna pubblicitaria”.

Gyala, deep-tech 100% italiana raccoglie 4 mln euro

Roma, 2 mar. (Adnkronos) - Gyala, società italiana deep tech attiva nella cyber resilienza di infrastrutture IT, OT e IoT, ha chiuso un round di finanziamento in equity da 4 milioni di euro sottoscritto da Deep Ocean Sgr S.p.A - in qualità di lead investor -, Terna Forward S.r.l, Cdp Venture Capital Sgr S.p.A. e Ventive S.r.l. L’operazione rappresenta una tappa strategica per Gyala, che sviluppa tecnologie proprietarie interamente italiane, inizialmente concepite in collaborazione con il comparto Difesa e oggi impiegate anche per la protezione di infrastrutture critiche civili, dall’energia alla sanità, con un focus su scenari IT/OT ad alta complessità. Grazie ad Agger, la piattaforma proprietaria full stack per la detection e reaction automatizzata in ambienti IT/OT/IoT, Gyala rappresenta un unicum nel panorama della Ot Cyber Resilience. 

Il nuovo capitale accelererà la roadmap di Agger, con focus su visibilità OT avanzata, difesa autonoma e orchestrazione intelligente delle risposte, permettendo di potenziare il team tecnico e di R&D, rafforzare le attività di go-to-market in Italia e consolidare la presenza della soluzione nei settori critici (come energia, industria, sanità, difesa) creando fondamenta solide per l’espansione internazionale.

“Gyala nasce con un Dna tecnologico italiano e una visione globale”, spiega Andrea Storico Chairman e co-founder.“Vogliamo portare resilienza dove le soluzioni tradizionali non arrivano, supportando la trasformazione cyber dei sistemi più sensibili del Paese. La fiducia degli investitori istituzionali conferma la solidità della nostra visione industriale. I nostri obiettivi sono concreti; intendiamo costruire la prossima generazione di difesa cyber - accelerando l’evoluzione tecnologica di Agger - rafforzare la presenza sul mercato e affrontare con solidità la fase di scala internazionale, mantenendo al centro una tecnologia proprietaria italiana, pensata per la protezione di ciò che è davvero strategico per il Paes”.

“Quello che ci ha colpito di Gyala come Deep Blue Ventures”- commenta Domenico Nesci, Partner di Deep Blue Ventures, “è l'integrazione nella propria piattaforma della protezione da attacchi esterni dell'infrastruttura OT delle imprese clienti. La capacità della tecnologia proprietaria di Gyala di difendere efficacemente ambienti IT/OT anche estremamente complessi colma un gap importante nella catena del valore della cybersecurity. La solidità del team, inoltre, e l'opportunità con il round di consolidare la presenza nazionale e sviluppare quella internazionale ci hanno definitivamente convinto a investire. Con Gyala il nostro Paese dimostra di poter esprimere tecnologie proprietarie fortemente strategiche, non solo per l’Italia". 

“Gyala rappresenta un caso raro nel panorama europeo della cybersecurity industriale: una tecnologia proprietaria, sviluppata interamente in Italia, con radici profonde nel comparto Difesa e una piattaforma, Agger, pensata per rilevare e neutralizzare automaticamente le minacce negli ambienti nevralgici più complessi”, dichiara Mario Scuderi, Responsabile del Fondo Evoluzione di CDP Venture Capital. “La solidità tecnica del team e la chiarezza della visione industriale ci hanno portato a sostenere questo progetto con convinzione: siamo certi che Gyala abbia tutte le carte in regola per affermarsi come riferimento internazionale nella protezione delle infrastrutture strategiche”.

Roberto Sfoglietta ceo & Founder di Ventive afferma: “Gyala ha dimostrato di aver costruito non solo una piattaforma tecnologica solida, ma anche un modello di business scalabile, adatto a mercati complessi e regolamentati. Il nostro investimento sostiene una fase di consolidamento organizzativo e commerciale, fondamentale per trasformare una forte base tecnologica in leadership di mercato”.

Italiani bloccati a Dubai e nel Golfo, cosa rischiano e cosa aspettarsi

(Adnkronos) - Decine di migliaia di italiani si trovano improvvisamente ‘incastrati’ tra Emirati Arabi Uniti, Oman, Bahrein e Qatar: chi era arrivato per una vacanza al sole di Dubai, chi stava solo facendo scalo verso l’Asia o l’Oceania, chi lì vive e lavora da anni. Nel giro di poche ore, quella che per molti è la capitale globale del turismo e del transito aereo si è trasformata in una città sotto attacco, con scie di intercettori nel cielo e boati nella notte. E mentre l’Iran continua a lanciare missili e droni contro gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, l’incognita è una sola: quanto durerà questa sospensione forzata, e quanto è vicino il punto di rottura della stabilità regionale.

Secondo i dati del governo italiano, nell’area mediorientale oggi sotto pressione si trovano oltre 58 mila connazionali, tra residenti e viaggiatori. A Dubai da sola si stima una comunità di circa 20 mila italiani stabili, a cui si aggiungono centinaia di turisti e passeggeri in transito rimasti bloccati per la chiusura a singhiozzo dello spazio aereo e la cancellazione di migliaia di voli. Il cuore del problema è proprio la funzione degli Emirati e del Qatar come hub globali: chi parte da Roma o Milano per Bangkok, Bali, Sydney o Tokyo passa quasi sempre da Dubai, Abu Dhabi o Doha.

In queste ore negli aeroporti, nelle lounge e perfino nelle navi da crociera ferme in porto, si incrociano storie simili. C’è chi è partito per una vacanza sul Golfo e si ritrova in cabina a seguire le breaking news, in attesa di capire se e quando potrà essere imbarcato su un volo di rientro. C’è chi doveva sbarcare a Doha per prendere un volo serale per l’Italia e si è visto chiudere davanti, nel giro di pochi minuti, sia lo scalo qatariota che quello di partenza. E ci sono i residenti, dalla classe media degli expat alle professionalità più qualificate, che oscillano tra la volontà di rimanere al proprio posto di lavoro e la tentazione di mandare in anticipo famiglia e figli in Europa.

La Farnesina ha attivato una task force dedicata, con l’Unità di crisi che invita a registrarsi, a mantenere i contatti con ambasciate e consolati e soprattutto a restare negli alloggi o negli hotel seguendo le indicazioni delle autorità locali. Il messaggio politico, per ora, è doppio: da un lato rassicurare - ‘non corrono gravi pericoli’ - dall’altro preparare il terreno a un possibile rientro scaglionato, senza evocare ancora apertamente ponti aerei o evacuazioni straordinarie.

Per comprendere il contesto in cui si muovono gli italiani sul posto occorre guardare al quadro più ampio del Golfo. Dopo il massiccio attacco congiunto Stati Uniti-Israele contro infrastrutture militari iraniane, Teheran ha risposto con una pioggia di missili balistici, missili da crociera e droni contro una serie di obiettivi nella regione. Non era mai accaduto nella storia che tutti i Paesi della regione fossero colpiti nello stesso momento. Nel mirino non ci sono formalmente le monarchie del Golfo, ma le basi americane, gli asset israeliani e le infrastrutture che supportano l’apparato militare occidentale. Il problema, però, è che queste strutture convivono con aeroporti civili, quartieri residenziali, hub energetici e finanziari che sostengono economie profondamente globalizzate.

Gli Emirati Arabi Uniti, e in particolare Dubai e Abu Dhabi, dispongono di uno degli scudi aerei più sofisticati al mondo, con sistemi stratificati come Thaad, Patriot, batterie a corto raggio e difese dedicate ai droni. I numeri diffusi nelle ultime ore parlano di un tasso di intercettazione molto elevato, superiore al 90 per cento per missili e droni diretti contro il territorio emiratino. Ma la guerra moderna ha un effetto collaterale sottovalutato: anche quando lo scudo funziona, i detriti ricadono a terra. È così che si spiegano gli incendi sull'isola artificiale di Palm Jumeirah, i danni alle strutture aeroportuali e agli hotel di lusso come il 7 stelle Burj Al Arab, le vetrate infrante, e anche le prime vittime civili.

Doha vive una situazione simile, seppur con numeri più contenuti. Il Qatar ha intercettato la maggior parte dei vettori diretti verso la base di Al Udeid, ma ha comunque registrato feriti per le schegge dei missili abbattuti e un clima di tensione che ha portato alla sospensione temporanea dei voli e allo spostamento delle lezioni scolastiche online. L’immagine di ‘porto sicuro’ del Golfo, costruita per decenni su stabilità, neutralità diplomatica e potenza economica, è incrinata da un dato nuovo: la guerra può arrivare, anche solo per poche ore, sopra le teste di milioni di residenti e di visitatori internazionali.

Nella crisi in corso l’Arabia Saudita è il grande attore che, per ora, cerca di restare un passo indietro rispetto al fronte diretto. Il regno ha già sperimentato sulla propria pelle quanto possano essere vulnerabili le sue infrastrutture: dall’attacco agli impianti di Abqaiq e Khurais nel 2019, attribuito alla combinazione di droni e missili di matrice iraniana, Riad ha investito massicciamente in sistemi di difesa aerea stratificati e in un coordinamento sempre più stretto con Washington.

Anche in questi giorni lo spazio aereo saudita è parte integrante del quadro di rischio. Alcuni vettori iraniani hanno sorvolato o lambito l’area di responsabilità saudita, e il timore, a Riad, è duplice: da un lato la possibilità di errori di calcolo o di traiettorie che si trasformino in impatti sul territorio; dall’altro il ruolo dei proxy filo-iraniani nello Yemen, gli Houthi, che già in passato hanno colpito aeroporti, oleodotti e impianti petroliferi sauditi con droni e missili. Pur non essendo il bersaglio principale dell’ondata attuale, l’Arabia Saudita ospita infrastrutture energetiche e militari che restano tra gli obiettivi più sensibili di qualunque strategia di pressione iraniana.

Per gli italiani e per gli altri stranieri che vivono o transitano nel regno, questo si traduce in una situazione di vigilanza alta ma non ancora in un blocco sistematico: i cieli sauditi restano una possibile valvola di sfogo per le riprotezioni, ma il margine di manovra dipende direttamente da quanto l’Arabia Saudita riuscirà a restare ai margini - e non al centro - della prossima fase del confronto.

Al centro di questo scenario c’è una domanda chiave: quanto a lungo l’Iran può continuare a colpire? La risposta che emerge dalle analisi di think tank e media dell’area è che Teheran conserva una capacità significativa di attacchi a ondate, ma non illimitata. Prima dell’attuale crisi, le stime di intelligence parlavano di un arsenale di migliaia di missili balistici e di una produzione industriale in crescita, con l’obiettivo dichiarato di poter lanciare in futuro ondate massicce da migliaia di vettori.

Gli attacchi degli ultimi giorni hanno già consumato una quota rilevante di questi stock, ma l’Iran non si affida solo alle scorte. Negli ultimi anni ha investito molto nel rafforzare il proprio complesso militare-industriale, nelle cosiddette ‘città dei missili’sotterranee e nella capacità di produrre droni kamikaze in serie. Dai messaggi dei Pasdaran emerge un elemento di fondo: Teheran sembra voler dimostrare che può proseguire questa campagna il tempo sufficiente a logorare le difese dei suoi avversari, più che annientare obiettivi specifici.

Ma forse il vero moltiplicatore di potenza iraniano non è interno, bensì esterno: la rete di gruppi armati alleati che compongono l’Asse della Resistenza. Dallo Yemen delle milizie Houthi all’Iraq delle forze di mobilitazione popolare, fino a Hezbollah in Libano, Teheran ha costruito una cintura di proxy in grado di colpire basi americane, infrastrutture energetiche, rotte marittime e obiettivi israeliani su più fronti. In questo momento non tutti sono mobilitati al massimo livello, ma la possibilità che gli attacchi si estendano e si intensifichino tramite questi attori è uno degli scenari che più preoccupano le monarchie del Golfo.

La logica di fondo è asimmetrica: un drone o un missile iraniano costa relativamente poco, un intercettore lanciato dai sistemi di difesa del Golfo o dagli Stati Uniti costa molto di più. È una guerra di inventari e di bilanci, in cui l’obiettivo non è necessariamente vincere una battaglia decisiva, ma consumare nel tempo le riserve e la capacità di resistenza dell’avversario.

Le dichiarazioni pubbliche puntano a una linea di equilibrio complessa. Da un lato, Emirati e Qatar ribadiscono di non essere parte belligerante, insistono sul fatto che il loro territorio viene usato come piattaforma militare dagli alleati ma che le loro società restano aperte, ordinate, funzionanti. La parola d’ordine, sui media locali, è evitare il panico: mostrare immagini di intercettazioni efficaci, evidenziare la rapidità con cui gli incendi vengono domati, rassicurare sulla continuità dei servizi di base.

Dall’altro lato, cresce l’irritazione per essere diventati, di fatto, il campo di battaglia altrui. Le prese di posizione di figure di spicco emiratine - che ricordano all’Iran che ‘la vostra guerra non è con i vicini’ - esprimono l’insofferenza per una situazione in cui la scelta strategica di ospitare basi americane si traduce oggi nel pagare il prezzo politico, economico e psicologico degli attacchi di rappresaglia. Negli articoli di analisi pubblicati da media regionali emerge un leitmotiv: se le ondate iraniane dovessero continuare con la stessa intensità per un’intera settimana, la pressione interna e internazionale sui governi del Golfo per passare da spettatori colpiti ad attori militari veri e propri aumenterebbe sensibilmente. Lo stesso scenario è stato disegnato da Kobi Michael, esperto israeliano dell’Inss.

In altre parole, più l’Iran insisterà, più la possibilità che Emirati e Arabia Saudita partecipino a operazioni dirette contro obiettivi iraniani, o quantomeno diano mano più libera agli Stati Uniti, smetterà di essere un tabù. È questo il punto in cui una crisi ‘gestibile’ può trasformarsi in un conflitto regionale aperto.

Guardando alle prossime 72 ore, lo scenario che si delinea nelle analisi dei media del Golfo e medio-orientali è fatto di biforcazioni molto nette. Una prima traiettoria è quella della de escalation controllata: l’Iran potrebbe considerare soddisfatta la propria esigenza di dimostrazione di forza e ridurre la frequenza degli attacchi, lasciando spazio a una mediazione diplomatica guidata da attori come Oman, Qatar e Turchia. In questo caso assisteremmo a una riapertura graduale e ‘a finestre’ degli spazi aerei, con una lenta ripresa dei voli commerciali e, per gli italiani, a rientri scaglionati nell’arco di alcuni giorni, a partire da studenti, gruppi organizzati e categorie considerate più fragili.

Un secondo scenario è quello dello stallo a bassa intensità: attacchi intermittenti, calibrati per mantenere la pressione ma senza superare la soglia oltre la quale gli Stati del Golfo si sentirebbero costretti a intervenire apertamente. Qui la parola chiave sarebbe incertezza: aeroporti che aprono e chiudono a seconda delle finestre di rischio, compagnie aeree che riprogrammano in corsa, viaggiatori costretti a prolungare la permanenza in hotel o presso amici e parenti. Per gli italiani vorrebbe dire permanenze forzate anche di una settimana o più, affidandosi a riprotezioni creative via scali alternativi come Mascate, Il Cairo, Riad o persino scali più lontani. Per chi arriva dall’Asia, visto che sono chiusi sia lo spazio aereo a nord (Russia) che al sud (Iran e Golfo) al momento l'unico ‘corridoio’percorribile è quello che passa dagli ‘stan’ (Pakistan, Uzbekistan, Turkmenistan), sorvola l’Azerbaigian, e poi usa la Turchia come punto di scalo, con Istanbul al centro di un grande puzzle di voli riprotetti. 

Il terzo scenario, il più temuto, è quello dell’escalation regionale. In questa ipotesi, la combinazione tra persistenza degli attacchi iraniani, mobilitazione piena dei proxy e pressione interna porterebbe almeno alcuni Stati del Golfo ad accettare un ruolo più diretto in azioni contro l’Iran. A quel punto lo spazio aereo civile di gran parte della regione potrebbe essere chiuso o estremamente limitato per un periodo più lungo, e l’Italia - insieme ad altri Paesi europei - potrebbe trovarsi costretta a organizzare voli speciali, anche militari, con finestre temporali ristrette e priorità per categorie particolari di cittadini.

Per ora, però, non siamo ancora a questo punto. Le città del Golfo non sono in uno stato di guerra totale: la vita continua, seppur con la nuova abitudine di alzare gli occhi al cielo quando si sente un boato. Per gli italiani che si trovano a Dubai, Abu Dhabi o Doha la sfida è gestire una crisi fatta di attese, informazioni frammentarie, decisioni da prendere in condizioni di incertezza. È una crisi che mette alla prova non solo le difese antimissile e le diplomazie, ma anche la fiducia in quei luoghi che, fino a ieri, erano raccontati come le capitali indiscusse della sicurezza e della prevedibilità nel cuore di un Medio Oriente instabile. (di Giorgio Rutelli)

Ucraina, Zelensky: "Russia sta preparando nuovi attacchi contro infrastrutture”

Kiev, 1 mar. (Adnkronos) - La Russia sta preparando nuovi attacchi contro le infrastrutture ucraine. A suonare il campanello d'allarme, secondo quanto riferisce Ukrinform, è il presidente dell'Ucraina, Volodymyr Zelensky nel suo videomessaggio e citando i rapporti dell’intelligence.

"Sappiamo che i russi non intendono fermare i loro attacchi. È un dato di fatto. Stanno preparando nuovi attacchi. Contro le infrastrutture. L’intelligence fornisce le informazioni pertinenti. Pertanto, tutti coloro il cui lavoro o servizio è proteggere l’Ucraina dagli attacchi devono essere concentrati in primavera, ora, come lo sono stati in inverno", ha sottolineato Zelensky.

Secondo il presidente ucraino, ogni minaccia deve ricevere una risposta e gli obiettivi russi devono essere abbattuti il più possibile. "La situazione in Medio Orientedimostra quanto sia difficile garantire una protezione al 100% contro missili e droni Shahed. Anche nei Paesi del Golfo, che dispongono di sistemi di difesa aerea migliori di quelli finora forniti a noi dai nostri partner e in numero maggiore, non riescono comunque ad abbattere tutti i missili balistici. Ci sono anche Shahed che non sono stati fermati dai sistemi di difesa aerea nella regione. Tutti vedono ora che la nostra esperienza nella difesa è in gran parte insostituibile", ha affermato Zelensky.

Il presidente dell'Ucraina ha spiegato che Kiev è pronta a condividere questa esperienza e ad aiutare quei Paesi che l’hanno sostenuta durante l’reale forza, di una reale capacità di difendere il proprio cielo, la propria terra e il proprio mare da qualsiasi tipo di attacco. In particolare, ciò richiede la costruzione di una sufficiente capacità produttiva di difesa aerea - sia contro i droni sia contro i missili balistici", ha evidenziato Zelensky. Come riportato da Ukrinform, la Russia ha lanciato contro l’Ucraina 738 missili, oltre 14.600 bombe aeree guidate e quasi 19.000 droni nel corso dell’nverno.

"Oggi è il giorno in cui ognuno di noi può dire a ragione: abbiamo superato questo inverno, il più difficile di tutti gli anni di guerra. I russi volevano trasformare questo inverno nella distruzione dell'Ucraina e degli ucraini", aveva sfatto presente Zelensky sottolineando: "Ma l'Ucraina non si è spezzata. Abbiamo preservato il nostro sistema energetico. L'Ucraina ha respinto un gran numero di massicci attacchi quest'inverno".

Zelensky ha reso noto che, nel corso della stagione invernale, le forze armate russe hanno lanciato 738 missili, oltre 14.600 bombe aeree guidate e quasi 19.000 droni d'attacco: "Ma nonostante tutto, gli ucraini hanno superato questo difficile inverno, quando la Russia non ha nemmeno cercato giustificazioni per i suoi attacchi bestiali contro le infrastrutture critiche civili”.

Zelensky ha inoltre specificato che la maggior parte dei droni impiegati dalle forze russe in queste operazioni offensive erano modelli di fabbricazione russo-iraniana, identificati come Shahed. Ha aggiunto che questi stessi droni vengono attualmente impiegati dal regime iraniano contro nazioni del Medio Oriente.


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