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16:54:35 MADDALONI. In piazza don Salvatore D’Angelo il silenzio ha un peso diverso. È quello della memoria, che non urla ma scava. In occasione della Giornata del Ricordo dedicata alle vittime delle foibe, abbiamo incontrato Giulio Salvatore Comm. Borriello, ricercatore storico di Maddaloni, che ha dedicato anni a un lavoro meticoloso e doloroso: ricostruire i nomi e le storie dei cittadini maddalonesi scomparsi in quella tragica stagione di violenze.

«Perché alla perdita della memoria non c’è rimedio», dice con voce ferma, stringendo tra le mani un fascicolo consumato dal tempo. Dentro, non ci sono solo documenti. Ci sono vite.

“Non sono numeri. Sono figli di Maddaloni”

Borriello, perché ha sentito il bisogno di questa ricerca?

«Per restituire un volto a chi è stato inghiottito due volte: prima dalla violenza, poi dall’oblio. Le foibe non sono solo una pagina di storia nazionale. Sono una ferita che ha toccato anche Maddaloni. E noi avevamo il dovere di saperlo.»

Sfoglia i nomi, uno a uno. Li pronuncia lentamente, come in una litania civile.

C’è Francesco Benforti, nato il 30 luglio 1922, I° Aviere del Gruppo Aerosiluranti della R.S.I., morto il 6 maggio 1944. Aveva appena ventun anni.

C’è Giovanni Biondillo, Sergente Maggiore della Legione Autonoma Mobile “Ettore Muti”, nato nel 1903, morto nell’aprile del 1945.

C’è Michele Buono, appuntato della Guardia di Finanza, nato nel 1905, residente a Udine, morto il 26 aprile 1945.

E ancora:

Ciro Caffarelli, sorvegliante della miniera di Idria, classe 1898, catturato a Gorizia nel settembre del 1943.

Pietro Caruso, Alpino della 4ª Divisione Fanteria, nato nel 1899, morto il 22 settembre 1944.

Antonio Mastroianni, milite della Repubblica Sociale Italiana, catturato a Gorizia nel maggio 1945.

Francesco Mastroianni, commerciante, catturato per strada nel febbraio del 1945.

Vincenzo Mazzetti, mercante di abiti, residente a Gorizia, morto nel febbraio del 1944.

«Erano militari, finanzieri, civili, commercianti. Alcuni avevano fatto scelte politiche precise, altri no. Ma tutti avevano una madre, un padre, una casa qui a Maddaloni.»

Le radici dell’odio

Per comprendere il dramma delle foibe, Borriello invita a guardare indietro. Molto indietro.

«Dopo il 1922, con l’avvento del fascismo, le minoranze slave nei territori orientali subirono una politica di assimilazione durissima, spesso intrisa di razzismo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, con l’invasione della Jugoslavia, l’Italia annesse parte della Slovenia, Fiume e la Dalmazia. Nella provincia di Lubiana la repressione fu feroce: villaggi devastati, rappresaglie sanguinose, incendi, fucilazioni, deportazioni nei campi di concentramento italiani di Arbe e Gonars. Migliaia morirono di fame e di freddo.»

Una spirale di violenza che non si sarebbe fermata.

«Dopo l’8 settembre 1943, con il crollo dell’esercito italiano, la Venezia Giulia fu travolta. I contrasti, già esasperati, esplosero in una serie di vendette sanguinose. Improvvisati tribunali emisero centinaia di condanne a morte. Non solo contro fascisti, ma contro podestà, segretari comunali, carabinieri, guardie, semplici cittadini. Molti furono gettati nelle foibe, talvolta ancora vivi.»

Le stime parlano di centinaia di vittime già nell’autunno del 1943. Poi, nel maggio del 1945, una seconda ondata investì Trieste, Gorizia, Fiume. Furono colpiti militari della R.S.I., finanzieri, membri della Guardia civica, ma anche italiani contrari all’egemonia jugoslava.

«È stata una tragedia nella tragedia della guerra. Una resa dei conti che ha travolto tutto.»

“Ricordare non è dividere”

Oggi, che senso ha ricordare?

Borriello guarda la piazza, le persone che si fermano ad ascoltare.

«Ricordare non significa negare le colpe del fascismo. La storia va guardata tutta, senza sconti. Ma non possiamo permettere che il dolore di queste famiglie venga relativizzato o dimenticato. La memoria non è una bandiera politica. È un dovere morale.»

Il vento muove le carte. I nomi restano.

«Quando pronunciamo Benforti, Biondillo, Buono, Caffarelli, Caruso, i fratelli Mastroianni, Mazzetti — non stiamo riaprendo ferite per odio. Le stiamo curando con la verità. Perché un popolo che dimentica è un popolo che si smarrisce.»

La Giornata del Ricordo si chiude così, con un elenco che non è più soltanto un elenco. È un coro sommesso che chiede ascolto.

E in quella piazza, per un momento, Maddaloni non è solo una città. È una comunità che si stringe attorno ai suoi figli perduti, promettendo loro la sola giustizia ancora possibile: non essere dimenticati.

Carlo Scalera


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