08:24:52 Anche dopo la morte, monsignor Raffaele Nogaro riesce in un’impresa non comune: mettere in difficoltà una parte del ceto politico. Le polemiche sulle sue esequie - celebrate secondo le sue volontà, con Bella ciao come ultimo saluto - sembrano confermare che, per alcuni, il problema non è mai stato il canto, ma l’uomo.
O meglio: il Vangelo praticato senza autorizzazione preventiva.
Schioppa, la reazione politica alle esequie l’ha sorpresa?
«No, affatto. Padre Raffaele ha sempre provocato disagio. Da vivo, perché parlava troppo chiaramente. Da morto, perché non ha chiesto il permesso neppure per l’ultimo saluto. Evidentemente Bella ciao fa più paura del silenzio complice.»
Si è parlato di provocazione.
«La vera provocazione, per alcuni, è che un vescovo non si sia limitato a benedire l’esistente. Nogaro non ha mai confuso la fede con la prudenza politica. E questo, in un Paese dove si preferiscono pastori ornamentali, è un problema.»
Lei lo definisce “il suo Vescovo”.
«Sì, perché è stato un vescovo vero. Mi ha accompagnato nel seminario di Caserta, tra il 1991 e il 1995, in una diocesi in cui il vescovo c’era davvero: nelle liturgie, nelle strade, tra la gente. Non appariva solo per le cerimonie solenni o per le foto istituzionali. Forse anche questo oggi risulta sospetto.»
Un vescovo che camminava molto.
«Camminava per Caserta nel primo pomeriggio e non c’era povero che non ricevesse attenzione. Un comportamento anomalo, direi quasi sovversivo, in un’epoca in cui la povertà è tollerata solo se invisibile. Non lasciava nessuno senza uno sguardo o una parola. E senza la sua presenza.»
E di notte studiava.
«Leggeva camminando. Le scarpe facevano rumore e qualcuno in seminario si lamentava. Oggi forse gli avrebbero chiesto di abbassare il volume della coscienza.»
Il suo impegno sul territorio è stato uno dei punti più contestati.
«La difesa del Monte San Michele, la denuncia della cementificazione. Parlava di inferni, di devastazione. Un linguaggio giudicato eccessivo da chi considera il paesaggio una variabile economica. Per Nogaro, invece, il creato era teologia applicata. Non folklore verde.»
Emblematico il caso della statua della Madonna sul monte.
«Un gesto che univa fede e determinazione. Contro molte resistenze politiche riuscì a collocarla e ottenne la benedizione di Giovanni Paolo II. Dove mancavano i vincoli istituzionali, interveniva l’autorità morale. Un dettaglio che ancora oggi irrita.»
Il legame con la Madonna del Redentore era profondo.
«Gli ricordava il santuario di Udine, la sua terra. Nogaro aveva radici e memoria. Due elementi che spesso mancano a chi governa i territori come se fossero superfici neutre.»
Lei è stato anche il suo biografo.
«Un ruolo che lui stesso mi attribuiva con convinzione. Dal progetto per i suoi novant’anni è nato il libro Padre Nogaro, 90 anni per Cristo. Lo donava ai visitatori. Amava la memoria, non la celebrazione vuota. Mi chiedeva sempre di scrivere, di raccogliere, di custodire. Diceva che senza storia la Chiesa diventa amministrazione.»
Un tratto umano che lo racconta meglio di tanti discorsi?
«Le caramelle “Rossana”. Sempre presenti. Le offriva a tutti. Un gesto semplice, che oggi qualcuno scambierebbe per populismo.»
Torniamo a Bella ciao.
«È stata la sua ultima coerenza. Una vita spesa per la dignità, la libertà, la giustizia non poteva congedarsi con una colonna sonora neutra. Le reazioni indignate dicono più di chi protesta che di chi è stato salutato. Evidentemente, per alcuni, un vescovo che canta la libertà è più pericoloso di una fede silenziosa.»
Chi era, allora, monsignor Nogaro?
«Non era. È. Un vescovo che ha dimostrato che si può essere uomini di Chiesa senza essere allineati al potere, credenti senza essere rassicuranti. Una fede vissuta fino in fondo. Che, a quanto pare, continua a disturbare. Anche da morto.»
Carlo Scalera
Le foto fanno parte del fondo "Nogaro" della Biblioteca Culturale Musicale "A. Barchetta”.




