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15:38:00 Nel Duomo di Caserta, oggi, non si è celebrato solo un funerale. Si è celebrata una vita spesa fino in fondo. Una vita che ha scelto di stare dalla parte giusta della storia, anche quando quella scelta faceva paura, anche quando esponeva alla solitudine, all’incomprensione, all’attacco diretto dei poteri forti e criminali.

La presenza del presidente della Provincia di Caserta, Anacleto Colombiano, è il segno istituzionale di un sentimento molto più ampio: il rispetto profondo, la gratitudine autentica, la memoria viva di un pastore che ha inciso come pochi nella coscienza civile e spirituale di questa terra. Monsignor Raffaele Nogaro non è stato semplicemente un vescovo. È stato una coscienza inquieta, una voce scomoda, un uomo libero.

Addio a Raffaele Nogaro, il vescovo che dormiva in fabbrica e sfidava la camorra. Il vescovo che rinunciava ai paramenti, che non volle segretari né privilegi, perché aveva scelto la radicalità della semplicità: essere uomo tra gli uomini. Non sopra, non distante, ma dentro la carne viva del suo popolo. Dentro le fabbriche occupate, accanto agli operai in lotta per il lavoro. Nelle campagne segnate dallo sfruttamento dei migranti. Nei vicoli feriti dalla povertà e dalla violenza della criminalità organizzata.

Friulano di nascita, campano per scelta e per amore, Nogaro ha fatto della Campania “la sua terra”. Dal 1982 a Sessa Aurunca, poi dal 1990 al 2009 a Caserta, ha saldato cielo e terra, fede e giustizia, Vangelo e responsabilità civile. Non predicava una pace astratta: la costruiva, giorno dopo giorno, con gesti concreti, pagando di persona. Dormendo in fabbrica. Aprendo case di accoglienza. Difendendo i migranti quando era più facile chiamarli emergenza che persone. Sostenendo iniziative come Casa Rut, rifugio di dignità per donne strappate alla schiavitù della strada.

È stato un vescovo di frontiera, e come tutti i veri uomini di frontiera non si è mai tirato indietro. Ha sfidato la camorra senza ambiguità, senza prudenze calcolate. Ha camminato insieme a don Peppe Diana, ne ha custodito la memoria dopo l’assassinio, ne ha difeso l’onore dalle calunnie, trasformando il martirio in un appello permanente all’impegno e non in una liturgia vuota. “Non mi interessa San Peppino – diceva – mi interessa la santità del popolo”. Parole che ancora bruciano.

Nogaro non ha avuto timore nemmeno di alzare la voce contro lo Stato, contro la politica, contro la guerra. Ha contestato l’intervento in Afghanistan, ha rifiutato la retorica dell’eroismo dopo Nassiriya, ha sopportato polemiche feroci senza mai arretrare. Perché per lui la pace non era uno slogan, ma una responsabilità. E quella Marcia della Pace che ogni anno attraversa Caserta porta ancora la sua impronta profetica.

C’è anche un segno silenzioso, ma potentissimo, che resta scolpito nel paesaggio e nella memoria: grazie a Raffaele Nogaro oggi sono salvi il Santuario di San Michele e quello della Madonna del Monte. Fu lui a volere che la Madonna venisse benedetta da Papa Giovanni Paolo II in occasione della sua visita a Caserta, e successivamente collocata sul Santuario di San Michele. Un gesto di fede e di visione che impedì alla cementificazione selvaggia di impossessarsi del piazzale. Un atto concreto, ancora una volta, per difendere non solo un luogo sacro, ma l’anima di un territorio.

Nogaro ci lascia a 92 anni, ma non ci lascia orfani. Ci consegna un’eredità esigente: non arrendersi mai, non voltarsi dall’altra parte, credere che ciò che facciamo – anche quando sembra piccolo – possa davvero cambiare il mondo. Oggi, in un tempo attraversato da nuove guerre, nuove paure, nuove ingiustizie, la sua voce sembra dirci di non cedere al cinismo. Di cercare, nelle crepe dei muri che crollano, quel lampo ostinato di pace e di giustizia che va riconosciuto e coltivato.

Nel silenzio solenne del Duomo di Caserta, mentre la comunità saluta il suo vescovo, resta una certezza: Raffaele Nogaro continuerà a parlare alle nostre coscienze. Continuerà a inquietarci, a chiederci da che parte stiamo. E questa, forse, è la forma più alta di eternità.

Carlo Scalera


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